Università, meno iscrizioni e neolaureati malpagati

Data di pubblicazione: 
08/03/2011

E' un quadro desolante quello che emerge incrociando i dati dello studio di AlmaLaurea e del Consiglio Universitario (Cun).
Il primo lavoro ci dice che il 71% dei laureati di corsi triennali trova occupazione a un anno dalla tesi. Per gli specialistici (coloro che hanno proseguito oltre i tre anni conseguendo il titolo magistrale) il dato scende al 55%.  Ma le note positive della 13° indagine di AlmaLaurea, il consorzio di 62 università che si occupa ogni anno della condizione lavorativa dei laureati e che in questa edizione ha coinvolto 400mila studenti, si fermano qui. La seconda rilevazione del Cun, riporta la contrazione delle iscrizioni negli Atenei italiani: in quattro anni le Università hanno perso 26mila matricole. In percentuale un calo del 26%.
 
Poche risorse nonostante i moniti di Bruxelles
Dati alla mano, lo studio di AlmaLaurea però, svolto in un contesto dove la disoccupazione giovanile tocca il 30%, evidenzia come la preparazione universitaria sia ancora considerata una sorta di cenerentola e non una leva strategica per lo sviluppo di un Paese. A rafforzare tale tendenza, basta richiamare i dati relativi ai 31 paesi dell' Ocse, l'organizzazione di studi economici e di mercato, secondo i quali il finanziamento italiano, pubblico e privato, in istruzione universitaria è più elevato solo di quello della Repubblica Slovacca e dell’Ungheria (l’Italia vi destina lo 0,88% del Pil, contro l’1,07 della Germania, l’1,27 del Regno Unito, l’1,39 della Francia e il 3,11 degli Stati Uniti).
Altro aspetto allarmante, è la contrazione del numero di laureati che ha iniziato a ridursi nel 2008 ed è destinato a contrarsi ulteriormente. Nell’intervallo 2004 - 2009, la quota di laureati nella popolazione di età 30-34 era cresciuta di 3,3 punti percentuali, partendo da un valore inferiore al 16%. Un livello molto lontano da quello, pari al 40%, che la Commissione Europea ha individuato come obiettivo strategico da raggiungere entro il 2020. Ma nonostante i moniti di Bruxelles, la situazione italiana non sembra cambiare, almeno nell'immediato. 
 
Retribuzioni basse e tanto nero
Il lavoro nero, quello irregolare, è una piaga che non risparmia neanche i “neodottori”. La ricerca AlmaLaurea parla di  campanello d’allarme, quando si è di fronte invece a una realtà consolidata. I laureati occupati senza contratto, a un anno, raggiungono il 7%; per i laureati di primo livello i “senza contratto” passano dal 3,8 al 6%; gli specialistici a ciclo unico, che registrano da sempre un valore più elevato, passano dall’8 a quasi all’11%. Quanto alle retribuzioni, già modeste, pari ai 1.150 euro per i laureati di primo livello e di poco al di sotto di 1.100 euro per i titoli magistrali, viene segnalata una contrazione. In percentuale, rispetto alle indagini precedenti, fino al 4% tra i triennali e gli specialistici a ciclo unico, al 5% tra gli specialistici biennali. Nonostante ciò, concludono da AlmaLaurea, “resta più in generale confermato che al crescere del livello di istruzione, cresce anche l’occupabilità e la retribuzione poiché  i  laureati sono in grado di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, perché dispongono di strumenti culturali e professionali più adeguati”.
 
Questione di genere
Lo studio però rimarca altre differenze endemiche dell’Italia. La prima, di natura geografica, riporta come a cinque anni dalla laurea, tra i laureati residenti al nord il tasso di occupazione sia pari all’87%, contro il 74% rilevato tra i colleghi del Sud, anche se è un dato, “che si ridimensiona però con il passare del tempo”.
L’altra questione, sottolinea come le differenze di genere tendono ad accentuarsi: ciò non solo per quanto riguarda la quota di occupati ma anche in termini retributivi. “A cinque anni dalla laurea – è scritto nel rapporto - gli uomini guadagnano più delle loro colleghe. Il differenziale, pari al 30%, significa in media un salario di 1.519 euro per gli uomini e 1.167 euro per le donne”.